9 anni fa
Pitagora
Presocratici
Elefterios Diamantaras
Atene
La
figura di Pitagora, filosofo, scienziato e legislatore, va inserita nel
contesto storico della cultura del VI secolo A.C.
Il gruppo dei primi filosofi greci, comunemente chiamati presocratici, include- Talete, Anassimandro e Anassimene,
filosofi naturalisti
della scuola di Mileto
- Eraclito, detto l'oscuro
- Pitagora di Samo, fondatore della scuola pitagorica,
a cui appartennero
- Parmenide, il filosofo dell'essere, Zenone di Elea, Senofane di Colofone e gli eleatici
- Empedocle ed Anassagora, pluralisti
- gli atomisti Leucippo
e Democrito
- Diogene di
Apollonia
- Protagora e i sofisti.
Parliamo ora di
PITAGORA DI SAMO
Cenni biografici
Figlio di un mercante di Tiro, Pitagora nacque a Samo nel 570 AC. Di famiglia sufficientemente agiata
poté frequentare eccellenti maestri, i migliori cervelli del tempo: il
musicista e poeta Ermodame, suo concittadino,
gli scienziati Talete (ma appare poco credibile essendoci fra
i due circa cinquant'anni di differenza) ed Anassimandro, entrambi di Mileto, e il filosofo moralista Biante di Priene.
A diciotto anni fu affidato a Ferecide di Siro
detto il Saggio che lo indusse ad indagare sulle leggi palesi ed occulte dei
fenomeni naturali.
I due viaggiarono visitando Creta, le
isole del mar Egeo e l'Asia Minore. Fu iniziato ai Misteri di Orfeo e di
Demetra. Quando nel 548 AC il suo maestro morì,Pitagora, ancora adolescente,
intraprese lunghi viaggi di studio. Giunse in
Egitto, meta comune dei saggi dell’antichità, quali Talete, Licurgo,
Solone e Platone. Ebbe un’ottima accoglienza da parte del Faraone Amasis, a cui
era stato segnalato da Policrate, tiranno di Samo. Fu iniziato ai Misteri di
Iside ed Osiride. Si dice che vi abbia raggiunto i massimi gradi sacerdotali. Divenne
esperto nella magia, nell’astronomia, nella geometria e nella scienza dei
numeri. Soggiornò in Egitto per venti anni. Le truppe persiane di Cambise, che
avevano invaso e devastato il fiorente e civile Egitto, lo catturarono e ne
fecero uno schiavo di guerra
Dopo un lungo e drammatico viaggio
attraverso il deserto, giunse a Babilonia ove fu tenuto prigioniero per dodici
anni.
Lucio Apuleio, poeta, letterato
latino ed iniziato ai sacri Misteri egizi, nella sua opera “Apologia” afferma
che Pitagora ebbe contatti con i Gimnosofisti indiani [1]. Da questi certamente
apprese la dottrina della trasmigrazione delle anime e della ruota delle
esistenze (“Karma”).
Al suo ritorno a Samo creò una
scuola per istruire i suoi concittadini. Il progetto fallì: ebbe un solo
allievo, mentre la scuola locale per prostitute aveva molto successo. Abbandonò
l’isola e giunse in Magna Grecia, sulla costa ionica, a Crotone. Qui fondò la
sua Scuola Italica.
La scuola pitagorica di Crotone
Il più grande riconoscimento che la storia conferisce a Crotone,
è la prolifica scuola pitagorica
che il grande maestro greco fondò in una data stimata fra il 500 a .C. e il 600 a .C. Secondo la leggenda
il filosofo e matematico scelse questa meta per il suo
ateneo per volere divino. Proveniva da Delphi laddove la leggenda racconta che
avesse interppellato l'oracolo.
Fu il Dio Apollo a predestinarlo a Crotone per trasmettere il
suo sapere. Inoltre era a lui nota la cultura scientifica, medica, artistica e
filosofica della città, e non ultimo il suo favorevole clima politico. Era
infatti la tirannia a dilagare nelle altre città ioniche.
Giunto a Crotone, Pitagora riuscì a guadagnarsi subito i favori del popolo
grazie al suo sapere, che comunicava con orazioni pubbliche, su argomenti
morali e sociali. Ottenne dalla città una magnifica costruzione all'interno
delle mura cittadine, in marmo bianco, circondata da giardini e portici, destinata
ad ospitare la sua Scuola.
La chiamò La Casa delle Muse. In questo nome si può dire
che già ci fosse tutto il suo programma: le Muse erano divinità preposte alle
Arti ed alle Scienze.
In questa scuola il maestro insegnò la sua sofìa, di cui ricordiamo qualcuno dei punti salienti:
·
la metempsicosi, la
teoria secondo cui l'anima vive anche dopo la morte corporea[2];
·
la dottrina escatologica,
conseguente alla metempsicosi, secondo cui l'anima trasmigra in forme di vita
diverse, anche animali e vegetali, perfezionandosi, fino a raggiungere Dio;
·
la teoria secondo cui il numero è il principio di tutte le cose, fin quasi a
costituire una specie di entità autonoma;
·
la costruzione dell'aritmetica in base 10
e
·
Introdusse la teoria dei contrari
(limite, illimitato - pari, dispari - uno, molteplice - destro, sinistro -
maschio, femmina - fermo, mosso - diritto, curvo - buono, cattivo - luce,
tenebra - quadrato, rettangolo).
·
Secondo la tradizione, la scuola pitagorica
sopravvisse al suo fondatore e contò più di 218 allievi maschi, che diffusero
appassionatamente il suo pensiero ed il suo sapere scientifico in tutta la Grecia e la Magna Grecia.
·
Per secoli, anche dopo la caduta dell’Impero
Romano, il Pitagorismo costituì gran parte della cultura di storici, letterati,
poeti e governanti romani, oltre che dei Padri Cristiani.
·
Sempre la tradizione vuole che le pitagoriche
più famose siano state 17 [5].
[1] Erano degli iniziati, esperti in magia, matematica, astronomia
e filosofia. Conducevano vita ascetica ed erano “scarsamente vestiti” (in
greco: Gimnòs=Nudo).
[2] Si tratta di una dottrina presente nei Misteri
Orfici.
[3] Con il termine Kosmòs Pitagora intende l’ordine, l’equilibrio e l’armonia che pervadono e governano la Natura e l’Universo.
[4] Il teorema dei quadrati del triangolo retto
era già presente nella geometria dei Babilonesi e degli Indiani.
[5] Ovviamente, Pitagora sosteneva l’assoluta
parità dei sessi. Questa concezione è da considerarsi di origine egiziana. Per
i Greci, invece, per i Romani, per gli Ebrei e gli altri popoli asiatici di
cultura patriarcale la donna era priva di qualunque diritto: veniva considerata
utile solo ai fini della riproduzione e del governo della casa.
LA STRUTTURA DELL ’INSEGNAMENTO
PITAGORICO
Dopo aver ascoltato le lezioni
pubbliche, quelle per gli EXOTERICI, i candidati, sia uomini che donne, dopo un
periodo di approfondita valutazione, venivano accettati a seguire un lungo
periodo di noviziato (fino a cinque anni). Gli allievi, denominati ACUSMATICI,
per i quali valeva il divieto assoluto di prendere la parola, apprendevano
l’insegnamento del Maestro, che impartiva le sue lezioni nascosto da una
leggera cortina. La loro istruzione riguardava esclusivamente argomenti di
soggetto morale e sociale.
Il grado successivo è quello dei
MATEMATICI, la cui formazione avveniva in presenza diretta del Maestro e
riguardava soprattutto la
Matematica , la
Geometria , la
Fisica e l’Astronomia.
Col terzo grado iniziava la Maestria degli ERMETISTI
o SEBASTICI (Venerabili o Rispettabili), che venivano indottrinati su argomenti
magici ed ermetici, nonché sulla cura delle malattie, anche mediante la magia.
Al quarto grado appartenevano i
POLITICI. Ad essi venivano insegnati i segreti dell’armonia sociale, le basi di
una legislazione ideale, la pratica della giustizia e l’interpretazione delle
Leggi.
I politici si suddividevano in due Classi:
gli ECONOMICI ed i LEGISLATORI.
I politici si suddividevano in due Classi:
gli ECONOMICI ed i LEGISLATORI.
ETICA PITAGORICA
Nei "versi aurei" vi è una
notevole parte dell'insegnamento etico Pitagorico. Essi non sono direttamente
riferibili al filosofo, ma costituiscono una "summa" dei dogmi della "Scuola Italica". Ci sono
stati trasmessi dai Pitagorici del periodo tardo che, spesso, ignorarono il
divieto di porre per iscritto gli insegnamenti del Maestro.
¾ Venera
innanzitutto gli Dei immortali e serba il giuramento.
¾ Onora poi i
radiosi eroi divinificati e ai demoni sotterranei offri secondo il rito;
¾ Onora anche
i genitori e a te chi per sangue sia più vicino;
¾ Degli altri,
fatti amico chi per virtù è il migliore, imitandolo nel parlare con calma e
nelle azioni utili.
¾ Non adirarti
con un amico per una sua colpa lieve, sinchè tu lo possa;
¾ Approfondisci
lo studio di queste cose e queste altre domina: il ventre anzitutto e così pure
sonno, sesso e collera;
¾ Non far cosa
che sia turpe in faccia ad altri o a te stesso, ma, soprattutto, rispetta te
stesso [1];
¾ Poi,
esercita la giustizia con le opere e la parola;
¾ In ogni
cosa, di agir senza riflettere perdi l'abitudine;
¾ Considera
che per tutti è destino morire;
¾ Delle
ricchezze e degli onori accetta ora il venire, ora il dipartirsi;
¾ Di quei
mali, che per demoniaco destino toccano ai mortali, con animo calmo, senz'ira
sopporta la tua parte pur alleviandoli, per quanto ti è dato: e ricordati che
non estremi sono quelli riservati dalla Moira al saggio;
¾ Il parlare
degli uomini può essere buono o cattivo; che esso non ti turbi, non permettere
che ti distolga.
¾ E se mai
venisse detta falsità, ad essa calmo opponiti.
[1] Il Maestro riteneva
importante non solo la cura della mente e dello spirito, ma anche quella del
corpo. Egli stesso praticava regolari esercizi fisici. “Mens sana in corpore sano”: non si devono curare soltanto la mente
o lo spirito, ma anche il corpo.
Il discorso etico non si esaurisce
certamente con queste poche citazioni. Sono state riportate molte altre norme,
non tutte di facile interpretazione, che regolavano, anche nei particolari, la
vita quotidiana dell’adepto. Voglio ricordare soprattutto l’obbligo del
silenzio sulle lezioni e sulla vita della comunità.
Era prescritto il rito mattutino del
saluto al Sole. Erano obbligatorie le purificazioni con acqua di mare, o solo
salata [1]. Erano obbligatori i pasti
in comune. Era obbligatorio una specie di esame di coscienza (Psicostasia),
quale strumento di valutazione del proprio livello etico e spirituale. Era
vietato mangiare carne. Parimenti era vietato toccare o mangiare fave. Era
obbligatorio il rispetto assoluto per qualunque forma vivente. Era vietata
l’uccisione di animali.
Come già detto, ai primi pitagorici era severamente vietato
porre per iscritto gli insegnamenti del Maestro. La trasmissione della Sofìa
avveniva esclusivamente “da bocca ad
orecchio”.
Ben più complesso sarebbe esporre,
anche soltanto per sommi capi, la filosofia pitagorica.
Il contenuto del pensiero pitagorico
è stato dedotto dalle opere di varia natura degli ultimi pitagorici (quelli del
Terzo periodo, II Secolo dC).
Giambico narra il seguente episodio.
Un giorno Pitagora passò di fronte
all'officina di un fabbro, e si accorse che il suono dei martelli sulle
incudini era a volte consonante, e a volte dissonante. Incuriosito, entrò
nell'officina, si fece mostrare i martelli, e scoprì che quelli che risuonavano
in consonanza avevano un preciso rapporto di peso.
Ad esempio, se uno dei
martelli pesava il doppio dell'altro, essi producevano suoni distanti
un'ottava. Se invece uno dei martelli pesava una volta e mezzo l'altro, essi
producevano suoni distanti una quinta (l'intervallo fra il do e il sol).
Tornato a casa, Pitagora fece alcuni esperimenti con nervi di bue in tensione,
per vedere se qualche regola analoga valesse per i suoni generati da strumenti
a corda, quali la lira.
Sorprendentemente, la regola era
addirittura la stessa! Ad esempio, se una delle corde aveva lunghezza doppia
dell'altra, esse producevano suoni distanti un'ottava. Se invece una delle
corde era lunga una volta e mezzo l'altra, esse producevano suoni distanti una
quinta.
In perfetto stile scientifico,
dall'osservazione e dall'esperimento Pitagora dedusse la sua teoria della
coincidenza di musica, matematica e natura. Più precisamente, egli suppose che
ci fossero tre tipi di musica: quella strumentale propriamente detta, quella
umana “suonata” dall'organismo, e quella mondana “suonata” dai cosmo. La
sostanziale coincidenza delle tre musiche era responsabile, da un lato,
dell'effetto emotivo prodotto per letterale risonanza dalla melodia sull'uomo,
e, dall'altro, della possibilità di dedurre le leggi matematiche dell'universo
da quelle musicali.
Poiché nelle leggi dell'armonia
scoperte da Pitagora intervenivamo soltanto numeri frazionari, detti anche
numeri razionali, i rapporti armonici corrispondevano perfettamente a rapporti
numerici.
Pitagora enunciò la sua scoperta
nella famosa massima: tutto è (numero) razionale.
Essa codifica la fede nella
intelligibilità matematica della natura, ed è il presupposto metafisico
dell'intera impresa scientifica dell’umanità, di cui Pitagora è stato appunto
il padre fondatore.
Più precisamente,
"ragione" non era altro che la capacità di esprimere concetti
mediante un "rapporto" numerico, come testimonia l'uso dello stesso
vocabolo per entrambi i termini, sia in greco (LOGOS) che in latino (RATIO).
Poiché poi, per i greci, logos significava anche la "parola" stessa,
il vocabolo finì per indicare la triplice coincidenza tra linguaggio,
razionalità e matematica.
Dalla teoria musicale discende la
teoria cosmologica pitagorica, il cui aspetto esoterico è stato tramandato da
Platone nel difficile dialogo Timeo. Mediante misteriose costruzioni basate sui
numeri 1, 2 e 3, che corrispondono ai rapporti numerici dell'ottava e della
quinta, si arriva alla determinazione dei rapporti: armonici che regolano il
moto dei pianeti. Il sistema solare è dunque visto come una lira a sette corde
suonata da Apollo, in cui i pianeti producono i suoni che loro corrispondono, e
che insieme costituiscono la musica delle sfere.
L'aspetto esoterico del modello
pitagorico rimase per secoli il punto di riferimento per la cosmologia, tanto
che, ancora nel 1619, Keplero lo utilizzò nel suo strabiliante libro “L'armonia
del mondo”.
In esso egli descrisse le leggi
musicali che regolano il moto dei pianeti, specificando che nella sinfonia
celeste Mercurio canta da soprano, Marte da tenore, Saturno e Giove da bassi, e
la Terra e
Venere da alti. E nella terza delle tre famose leggi di Keplero ricompare,
miracolosamente, il rapporto di quinta. Il quadrato del periodo di rotazione di
un pianeta attorno al Sole è infatti proporzionale al cubo della sua distanza
da esso.
"In principio era la Ragione, e
la Ragione era presso Dio, e la Ragione era Dio".
Così diremmo, se volessimo
condividere l’analisi che il matematico Piergiorgio Odifreddi fa del pensiero
pitagorico.
RITUALITA’ PITAGORICA
Il Fuoco è l’elemento obbligato di tutte le cerimonie rituali.
Esso costituisce il legame sottile e potente con le Forze Superiori.
Esso costituisce il legame sottile e potente con le Forze Superiori.
Il Fuoco è da intendersi anche in
senso figurato:
o
il fuoco del cuore,
o
il fuoco come Luce della Ragione che disfa le tenebre
dell’ignoranza e della superstizione,
o
il fuoco come fraternità, sincerità e lealtà dei rapporti umani,
o
il fuoco come barriera insuperabile per le forze sotterranee,
o
il fuoco come strumento di evocazione magica.
Molte delle prescrizioni pitagoriche
riguardano il Fuoco, sia in senso chiaro che in senso allegorico [1].
In sintesi, il Fuoco è il Principio
di tutte le cose, come afferma Empedocle, filosofo ed allievo del Maestro.
I riti si celebravano dopo
un’accurata purificazione lustrale con acqua di mare, oppure salata.
[1] Per esempio, era vietato “contaminarlo” bruciando i cadaveri.
[1] La prassi della
Purificazione, detta “Catartica”. Veniva praticata nei Misteri di Zeus, a Creta.
Mozart's Adagio for Violin and Orchestra in E major K.261.
Se un umano nasce donna, le cose si fanno difficili.
quaresima del 415
hypatia, sacra esto[1]
Rosario
Consoli
R\L\Quatuor Coronati Emulatio 931
GOI, Firenze
[1]
Trad. Ipazia, sii maledetta. Ndr.
Ipazia
espresse un acume ed un’intelligenza fuori dal comune, non solo nel commentare,
ma anche nello sviluppare intuizioni di completamento ed altre di originale
natura interessandosi anche di meccanica e di ciò che oggi chiamiamo
tecnologia.
Disegnò strumenti scientifici, tra cui un astrolabio piatto, un apparato distillatore
e un idroscopio.
Dicono di Lei:
La sapienza di Ipazia
Evidenti segnali di violento fanatismo si erano manifestati
sotto la reggenza ecclesiastica del vescovo
Teofilo (pare abbia ispirato, ammesso che ce ne fosse stato bisogno, l’Imperatore Teodosio
nell’emanazione degli editti persecutori) che aveva fatto distruggere gli
emblemi monumentali della civiltà greco orientale assieme al “Serapeum” (tempio di Serapide) e la
biblioteca che ad esso era annessa.
Una mazza ferrata la colpì alla testa, schegge affilate
spuntarono a lacerarne le carni. Le furono cavati gli occhi e, nell’estremo
accanimento, smembrata e fatta letteralmente a pezzi. Gli arti strappati dal
tronco e il tronco squartato. Inceneriti i resti
Bellezza, sapienza e
forza morale.
Concentrate in un
unico essere. L’una virtù conferma e accentua l’altra, esaltandone forma e
sostanza nei contorni armoniosi di Ipazia.
v
Scienziata, filosofa,
astronoma, matematica, musicologa, medico, vissuta intorno al quarto secolo in
Alessandria d’Egitto.
Straordinario
coagulo di virtù civili e morali, unite ad una mente votata alla ricerca ed
alla conoscenza, di uno spirito mai pago di sapere, sembra non avere rivali
nemmeno tra i più eclettici uomini di pensiero che abbiano segnato il tempo.
Tuttavia pare
avvolta dalle nebbie di un passato, che fanno appena trapelare un simbolo di puro amore per la verità, la
scienza e la ragione.
Le sue conoscenze,
i suoi studi, le sue invenzioni
Ipazia, IV secolo d.C., figlia e discepola del grande Teofanae (Teothecno) astronomo, matematico e rettore
dell'università di Alessandria. Superò di gran lunga il padre, insoddisfatta di
quelle verità statiche che, per dirla col libro sapienziale, per lei non erano
altro che fiumi che non ingrossano il mare e dal quale tornano a fluire in
altri percorsi di conoscenza.
Filostorgio, storico della Chiesa contemporaneo di Ipazia, cosi scrive:
v
“apprese
dal padre le scienze matematiche, ma divenne molto migliore del maestro
soprattutto nell’arte dell’osservazione degli astri” … “introdusse molti alle
scienze matematiche” … “divenne molto migliore del maestro soprattutto
nell’arte dell’osservazione degli astri”
Altre fonti la
descrivono di
v
“natura
più nobile del padre, non si accontentò del sapere che viene attraverso le
scienze matematiche a cui era stata indotta da lui, ma, non senza altezza
d’animo, si dedicò anche alle altre scienze filosofiche”.
Coltissima, si
dedicò alle opere di Diofanto, Apollonio di Perge, Claudio Tolomeo, Platone, Plotino, Euclide: Di queste menti illustri
Ipazia si nutrì.
Sc Scrisse tredici volumi di commento su “L’aritmetica” di Diofanto (matematico delle equazioni a
coefficienti interi).
Disegnò strumenti scientifici, tra cui un astrolabio piatto, un apparato distillatore
e un idroscopio.
Tutto ciò che era
esplorabile era oggetto di ricerca, studio e approfondimento.
Tutto ciò che era
esplorabile era oggetto di ricerca, studio e approfondimento.
v
“…Ipazia
aveva scoperto qualche cosa di nuovo a proposito del moto degli astri ed ella
rese questo suo nuovo sapere acquisizione accessibile agli uomini ed alle donne
della sua epoca esponendo le sue nuove osservazioni in un’opera originale che
intitolò Canone astronomico”. (Flogisto)
- Scrive Rita Levi Montalcini nel suo libro “Le
tue antenate…”:
v
“È stata
l'unica matematica donna per più di un millennio. Bisognerà aspettare il
Settecento per avere due scienziate di rango paragonabile: Maria Gaetana Agnesi e Sophie
Germani”.
Vorremmo chiederci
quanto il mondo sarebbe stato diverso se tanti spiriti liberi non fossero stati
obliterati e ridotti al silenzio e la storia di essi occultata.
·
*Forse la storia dei liberi pensatori
avrebbe avuto diversa evoluzione se lo straordinario percorso del libero
pensiero non avesse subito l’arresto nelle fucina di Alessandria.
·
*Forse avremmo datato nel IV secolo
anziché nel 1717 la nascita di una Muratoria “speculativa” che avrebbe
preceduto quella “operativa” sovvertendone l’attuale cronologia.
·
*Forse la storia sarebbe stata diversa e
ci saremmo risparmiati secoli bui di profonda regressione spirituale. Forse!
·
*Ma in
ogni caso, certamente, i valori e i principi Universali sarebbero rimasti i
medesimi, solo maggiormente efficienti in una società eticamente più evoluta.)
I contemporanei
indicarono in lei la grande caposcuola del Platonismo, dopo Platone e Plotino.
Insegnò ad
Alessandria per più di vent'anni, fino al 415 (giorno della sua tragica morte).
Ne Nel De dono,
l'allievo di Ipazia, Sinesio, aveva scritto che
«l'astronomia
è di per se stessa una scienza di alta dignità, ma può forse servire da ascesa
a qualcosa di più alto, da tramite opportuno verso l'ineffabile teologia,
giacché il beato corpo del cielo ha sotto di sé la materia e il suo moto sembra
essere ai sommi filosofi un'imitazione dell'intelletto. Essa procede alle sue
dimostrazioni in maniera indiscutibile e si serve della geometria e
dell'aritmetica, che non sarebbe disdicevole chiamare retto canone di verità».
Il contesto storico. Gli editti di Teodosio
Osserviamo ora qual’era
il contesto storico/politico/religioso in cui si muoveva Ipazia.
- Costantino (Flavius Valerius
Constantinus) imperatore romano dal 306 al 337. Con lui inizia una nuova era in cui il
cristianesimo si impone per essere accettato con decreto imperiale.
Viene sancita l'alleanza con la
Chiesa cristiana
e, con essa, la fine delle persecuzioni e con gli onori riservati ad una religione di stato.
- Giuliano (Flavius Claudius Iulianus)
letterato e imperatore romano fino al 363, da cristiano convertito al
paganesimo, tentò senza riuscirvi di restaurare la religione dei padri col nome di “ellenismo”.
Prese dai cristiani l’appellativo di Apostata e presentato, da essi, come un
persecutore.In
realtà Giuliano fu tutt’altro che un persecutore, poiché durante il suo regno
illuminato vi fu grande tolleranza nei
confronti di tutte le religioni, comprese le diverse dottrine cristiane.
Intese sostenere anche altre religioni,
come l'Ebraismo, anch'esse (seppure in misura più limitata) discriminate dalla
protervia cristiana. Tentò di restituire giustizia volendo ricostruire il Tempio di Gerusalemme, ma con poco successo. Tutti i
tentativi di Giuliano di ricostituire una società aperta e tollerante non
ebbero risultati apprezzabili, forse anche a causa della brevità del suo regno,
finito il quale, il Mondo Pagano subì un’accelerazione nel suo ormai segnato
decadimento.
v
Teodosio, imperatore fino al 395, acuì la persecuzione contro
tutte le religioni che non fossero la cristiana, con particolare accanimento al
paganesimo, giudicato ufficialmente illegale in tutto l’impero.
v
Fece chiudere definitivamente i pochi Templi rimasti operativi.
v
La pena di morte divenne la condanna pendente sul capo di coloro
che rifiutavano la conversione al Cristianesimo.
Emise ben 4 decreti nel merito:
v
Il decreto del febbraio 391: vietato
entrare nei templi. Il 24 febbraio 391
l 'imperatore Teodosio, detto dai cristiani "Il
Grande", battezzato nel 380, emise il provvedimento legislativo "Nemo
se hostiis polluat"(……………)
v
Il decreto del 16 giugno 391: estensione delle
proibizioni
v
Il decreto di Aquileia,16 giugno 391, estende le disposizioni
precedenti anche all'Egitto, dove Alessandria godeva di speciali privilegi
relativi ai culti locali.
v
Il terzo editto del 391: distruggete i templi.
v
Il quarto editto del 392: pena di morte. Con
questo editto si raggiunge un tasso di intransigenza così assoluta nei
confronti delle tradizioni locali, da sancirne di fatto la loro fine con tutti
i mezzi sanzionatori possibili, compresa la pena di morte.
L’editto
prevedeva:
·
la pena di morte per chi effettuava sacrifici e pratiche
divinatorie
·
la confisca delle abitazioni dove, con i Templi ormai distrutti,
si svolgevano i riti.
·
pesanti sanzioni per i decurioni quando non applicavano
puntualmente la legge.
·
la proibizione di altari, torce, agapi, offerte votive, divinità
domestiche del focolare, corone,
ghirlande e ornamenti floreali,e quant’altro che rappresentasse solo
un’intenzione di onorare divinità o simboli diversi da quelli cristiani. Un
simbolo distrutto è una memoria azzerata.
Teofilo,
vescovo, ebbe parte decisiva, così come la ebbe Cirillo, Vescovo di Alessandria, nell’ultima violenta e cruenta
azione nel cancellare il Neoplatonismo e il libero pensiero di cui Ipazia fu
l’ultima strenua portatrice.
Unico uomo di potere
ad alzare le difese contro il potere dei nuovi gerarchi ecclesiastici, Oreste, Prefetto di Alessandria e sostenitore di Ipazia..Ma era destinato a
perdere nell’impari lotta.
La sapienza di Ipazia
In questo quadro grandemente
persecutorio Ipazia di estrazione pagana, non scevra di quella religiosità
teologica, filosofica e cosmogonica tipica del “pagus”, rappresentava un mondo
aperto al trascendente e simboleggiato da miti dal profondo significato
esoterico che sarebbe stato abbattuto dall’ormai vincente cristianesimo
(o,meglio,da coloro che ne avrebbero rappresentato l’anima intollerante fino
all’abbattimento fisico e alla distruzione di luoghi sacri e accademie
filosofiche che fecero di Alessandria un vero faro di sapienza). Dopo Maria
l’Ebrea (la prima scienziata/alchimista dell’antichità di cui si abbia
notizia), Ipazia fu la prima donna a rappresentare un pensiero, un metodo, una
concezione universale del cosmos di straordinaria modernità.
Pallada (detto Meteoro), poeta e letterato “greco antico”, dedica ad Ipazia un
commovente epigramma:
“Quando ti vedo mi
prostro, a te e alle tue parole,
vedendo
la casa della Vergine tra le stelle,
infatti il cielo è
rivolto ad ogni tua azione Ipazia santa,
bellezza di parola, pura stella della sapiente cultura.”
Maestra di saggezza,
fu in Alessandria riferimento di spiriti liberi, eruditi e popolani, con tutti
parlando, a tutti rispondendo e con tutti scambiando conoscenza, insegnava
imparando in un anelito insopprimibile ad una verità sempre più evoluta
permeato di rigore scientifico e di una spiritualità che con esso,
mirabilmente, intrecciava connessioni e attinenze di sottile fattura fino a
disegnare la cornice di un quadro in cui armonizzare i colori di una sapienza
complessiva dal carattere universale.
Razionalità e
spiritualità convivevano in essa così come cultura pagana e cultura cristiana,
pur tra loro in competizione, potevano
trovare punti di contatto purché esenti e non contaminati da assiomi di
verità assolute e inamovibili.
Attribuire ad Ipazia
la maestria delle sette arti liberali, principi di Fratellanza e valori
universali di Tolleranza, Libertà e Uguaglianza, è come riconoscerle una sua
naturale prerogativa, tanto connaturati erano in lei le massime virtù tra le quali (come le colonne
Dorica-Ionica-Corinzia) Sapienza, Forza e Bellezza si esprimevano in solare
evidenza.
Ma tali virtù e
tanto anelito alla conoscenza non potevano passare indenni in un’epoca in cui
nella fiorente Alessandria già levitavano fermenti e contrapposizioni religiose
tra Ebrei, Cristiani e neoplatonici.
Il pensiero libero
ed in continua progressione di Ipazia destabilizzava le nascenti gerarchie
religiose bisognose di affermazione e consolidamento in una chiusura
assolutista in cui il dogma già era garanzia di immutabilità, privilegio di
casta e controllo delle coscienze.
I venditori di
verità rivelate rischiavano di vedere svilito il proprio prodotto concesso a
buon mercato nel baratto con le coscienze. Le verità assolute davano già
confortanti certezze sollevando gli animi da ogni necessità di ricerca
risolvendo ogni “perché” e scansando il tormento del dubbio che già assurgeva
al rango propedeutico di eresia.
L’epilogo inevitabile
Già il cirenaico Sinesio paventava la
deriva fondamentalista e totalizzante della nuova religione e ne temeva il
forte assetto dogmatico. Forse è per ciò che assurse alla carica vescovile
senza nemmeno essere battezzato?
v
Forse
lui stesso si adoperò affinché Ipazia abbracciasse la religione cristiana e,
con essa, cristianizzare il paganesimo (o paganizzare il cristianesimo?)
fondendolo in una emulsione che li contaminasse entrambi, lasciando immutata
quella cultura ellenistica in cui si era formato.
v
Sognava,
forse, il grande compromesso che, in ultima analisi, consentisse una pacifica
convivenza tra diverse culture?
Alla scienza di
Ipazia si oppone il potere religioso
Intollerabile
appariva alla comunità cristiana più fondamentalista che la sapienza e la
cultura fossero così grande patrimonio del mondo pagano.
Altrettanto
intollerabili apparivano i miti pagani nel loro profondo significato esoterico.
E
ancora più intollerabile appariva la molteplicità delle tradizioni pagane con i loro diversi modi di vedere un comune
significato.
Inaccettabile
questa area di libero pensiero, strettamente legata alla cultura popolare che
in diverso modo (dialettico) le aveva concepite, difficile da ingabbiare senza
imporre un pensiero unico che potesse scardinare un pensiero unificante.
Ma chi era mai
questa Ipazia, pagana, cosi estranea ai valori di un clero chiuso ai
fondamentali diritti della ragione? Come osava, l’infedele pagana, indurre
pensieri non strettamente connessi alle dogmaticità tanto funzionali al potere
clericale?
In una società ormai
completamente cristianizzata, il Vescovo Cirillo (poi assurto a santità), nel
412 divenne Patriarca di Alessandria. Le discriminazioni contro Ebrei e
neoplatonici presero ancora una volta forma di persecuzione e il conflitto tra
Stato (rappresentato da Oreste, prefetto della città ed amico/discepolo di
Ipazia) e la Chiesa (rappresentata dal Patriarca Cirillo) assunse forme di
scontro aperto.
Il rifiuto di Ipazia scatenò la folla
v
Ipazia
fu invitata, presumibilmente nella Quaresima come prevedeva il rituale romano,
a convertirsi al cristianesimo, ma,
ovviamente, rifiutò.
Questo rifiuto, nel rituale
romano, veniva considerato un crimine da punire con la morte
Ormai considerata
come sovversiva e dotata di arti oscure, cominciò a incamminarsi verso una fine tragicamente atroce.
Negli anni che vanno
dal 412 al 415 l’intolleranza clericale andò crescendo assumendo sempre più
forme minacciose e virulente, innescata e alimentata dalla predicazione di
Cirillo, che raggiunse il suo violento culmine nel 415.
Impensabile che
Ipazia non avvertisse la morsa di intolleranza che si stringeva sempre più.
Troppo intelligente
era per non capire quanto l’avversione si fosse tramutata in odio, troppo
sensibile era per non percepire quanto gli sguardi belluini di fanatici
potessero tramutarsi in atti mortali. Ma la forza del libero pensiero e la
comunione con gli spiriti liberi erano almeno pari al coraggio di vivere ed
agire oltre ogni paventata minaccia.
Il massacro della
quaresima[1]
[1]
NdR. Anche Giordano Bruno fu ucciso durante una quaresima.
Nel Rituale Romano è ben spiegato il significato della
Quaresima
v
Era
l’8 marzo dell’anno 415.
v
Quaresima
di battesimo?
v
Quaresima
cristologica?
v
Quaresima
penitenziale?
Ipazia, indossato il
suo mantello, scendeva per le strade per il consueto dialogare con la gente. In
molti chiedevano, a tutti rispondeva, con tutti parlava. Fossero cristiani,
ebrei o pagani, tutti avevano qualcosa da dire o una domanda da porre .
Chiunque apprezzava o contestava affermando un’idea e ricevendone pacata
risposta.
Il senso dell’”Agora” come luogo di libero scambio di
idee trovava naturale compimento nella polis
e di essa era l’espressione intellettuale più libera. Sentimenti, idee,
concettualità si intrecciavano camminando su una linea di frattale che toccava
e alimentava le menti e i cuori come linfa nutriente e benefica.
Il bene della conoscenza
circolava e se solo un residuo di essa avesse raggiunto la coscienza di un
uomo, sarebbe stato un altro passo sul percorso evolutivo.
Valeva la pena tutto
ciò! Ma valeva anche la pena di morire per ciò? Certamente premoniva nell’odio
serpeggiante di schiere di fanatici cristiani quanto questi, vittime del mostro
dell’ignoranza, potessero diventare a loro volta persecutori e carnefici. Spesso
il peggiore degli aguzzini è solo un servo intento a compiacere un padrone.
v
Ipazia
doveva tacere, Ipazia era lo specchio della loro cattiva coscienza o, peggio,
della sua totale assenza.
Cosi un gruppo di
indiavolati da un cristianesimo deviato e distorto[1],
avvicinò la donna.
Cos’altro dire?
Cos’altro se non
sentirsi precipitare nel buio profondo vedendo spegnersi quella che per molti
secoli a venire sarebbe stata l’ultima luce?Cos’altro rimaneva a quegli spiriti
liberi che da essa traevano lumi di conoscenza se non abbandonare quel luogo
ormai divenuto per loro funesto? Il faro si era spento,le ombre nere ormai
dominavano.
Per Margherita Hack, il massacro di Ipazia
segna l’inizio dell’oscurantismo.
Dice: «Sarebbe bastato lasciar vivi e liberi di studiare
Ipazia e i suoi allievi per acquisire 1200 anni in più di progresso».
Non stentiamo a
crederlo. Stentiamo invece a credere come,nel nostro tempo così libero e colmo
di declamate benevolenti intenzioni, questa fulgida figura sia stata ignorata,
come il silenzio l’abbia avvolta quasi una coscienza collettiva intenta alla
sottile pratica dell’autocensura abbia inteso rimuoverla. Abbiamo forse voluto
rompere lo specchio solo perché rimanda, sgradita, la nostra immagine? Forse
che le nostre virtù sono così impalpabili di fronte al peso dei vizi? O forse
perché preferiamo vedere i vizi altrui che, nella consuetudine, giustifichino i
nostri? O forse perché ormai abbiamo dimenticato di essere parte attiva di
quella politica, religione, costume le cui storture che vediamo esterne al
nostro essere, avversiamo con semplici manifestazioni di principio?
v
Scendere
nelle profondità del nostro io è la grande lezione di Ipazia.
Porgere le mani
inermi per donare è il grande atto di amore dimenticato.
v
Recuperare
secoli di oscurità ancora fortemente presenti è un atto di giustizia verso noi
e gli altri.
Ci venga in aiuto il
dolore mortale di chi lo ha provato e facciamo nostra l’esortazione:
Cos’altro dire?
Cos’altro se non
sentirsi precipitare nel buio profondo vedendo spegnersi quella che per molti
secoli a venire sarebbe stata l’ultima luce?Cos’altro rimaneva a quegli spiriti
liberi che da essa traevano lumi di conoscenza se non abbandonare quel luogo
ormai divenuto per loro funesto? Il faro si era spento,le ombre nere ormai
dominavano.
Per Margherita Hack, il massacro di Ipazia
segna l’inizio dell’oscurantismo.
Dice: «Sarebbe bastato lasciar vivi e liberi di studiare
Ipazia e i suoi allievi per acquisire 1200 anni in più di progresso».
Non stentiamo a
crederlo. Stentiamo invece a credere come,nel nostro tempo così libero e colmo
di declamate benevolenti intenzioni, questa fulgida figura sia stata ignorata,
come il silenzio l’abbia avvolta quasi una coscienza collettiva intenta alla
sottile pratica dell’autocensura abbia inteso rimuoverla. Abbiamo forse voluto
rompere lo specchio solo perché rimanda, sgradita, la nostra immagine? Forse
che le nostre virtù sono così impalpabili di fronte al peso dei vizi? O forse
perché preferiamo vedere i vizi altrui che, nella consuetudine, giustifichino i
nostri? O forse perché ormai abbiamo dimenticato di essere parte attiva di
quella politica, religione, costume le cui storture che vediamo esterne al
nostro essere, avversiamo con semplici manifestazioni di principio?
v
Scendere
nelle profondità del nostro io è la grande lezione di Ipazia.
Porgere le mani
inermi per donare è il grande atto di amore dimenticato.
v
Recuperare
secoli di oscurità ancora fortemente presenti è un atto di giustizia verso noi
e gli altri.
Ci venga in aiuto il
dolore mortale di chi lo ha provato e facciamo nostra l’esortazione:
Cos’altro dire?
Cos’altro se non
sentirsi precipitare nel buio profondo vedendo spegnersi quella che per molti
secoli a venire sarebbe stata l’ultima luce?Cos’altro rimaneva a quegli spiriti
liberi che da essa traevano lumi di conoscenza se non abbandonare quel luogo
ormai divenuto per loro funesto? Il faro si era spento,le ombre nere ormai
dominavano.
Per Margherita Hack, il massacro di Ipazia
segna l’inizio dell’oscurantismo.
Dice: «Sarebbe bastato lasciar vivi e liberi di studiare
Ipazia e i suoi allievi per acquisire 1200 anni in più di progresso».
Non stentiamo a
crederlo. Stentiamo invece a credere come,nel nostro tempo così libero e colmo
di declamate benevolenti intenzioni, questa fulgida figura sia stata ignorata,
come il silenzio l’abbia avvolta quasi una coscienza collettiva intenta alla
sottile pratica dell’autocensura abbia inteso rimuoverla. Abbiamo forse voluto
rompere lo specchio solo perché rimanda, sgradita, la nostra immagine? Forse
che le nostre virtù sono così impalpabili di fronte al peso dei vizi? O forse
perché preferiamo vedere i vizi altrui che, nella consuetudine, giustifichino i
nostri? O forse perché ormai abbiamo dimenticato di essere parte attiva di
quella politica, religione, costume le cui storture che vediamo esterne al
nostro essere, avversiamo con semplici manifestazioni di principio?
v
Scendere
nelle profondità del nostro io è la grande lezione di Ipazia.
Porgere le mani
inermi per donare è il grande atto di amore dimenticato.
v
Recuperare
secoli di oscurità ancora fortemente presenti è un atto di giustizia verso noi
e gli altri.
Ci venga in aiuto il
dolore mortale di chi lo ha provato e facciamo nostra l’esortazione:
Oh! squarciatemi il velo, e
l’inumana
storia m’aprite di que’ vili astuti;
date agli occhi di pianto una fontana!
date agli occhi di pianto una fontana!
La voce alzate, o secoli
caduti!
Gridi l’Africa all’Asia, e
l’innocente
ombra d’Ipazia il grido orrendo aiuti.
ombra d’Ipazia il grido orrendo aiuti.
Gridi irata l’Aurora
all’Occidente,
narri le stragi dall’altare uscite;
e l’Occaso risponda all’Oriente.
narri le stragi dall’altare uscite;
e l’Occaso risponda all’Oriente.
(V. Monti, Poesie, Il fanatismo)
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