L'UNIVERSO INFINITO
E GLI INFINITI MONDI FINITI
Filippo Maria Bougleux


“Io dico l’universo tutto infinito perché non ha margine,
termino né superficie; dico l’universo non essere totalmente infinito, perché ciascuna parte che di quello possiamo prendere è finita,
e de mondi innumerabili che contiene, ciascuno è finito. Io dico Dio tutto infinito perché da sé esclude ogni termine ed ogni suo attributo è uno ed infinito.”
De l’infinito universo e mondi, Dialogo I.
“Uno dunque è il cielo, il spacio immenso, il seno, il continente universale,
l’eterea regione per la quale il tutto discorre e si muove. Ivi innumerevoli stelle, astri, globi, soli e terre sensibilmente si veggono e ragionevolmente
si argumentano. L’universo immenso
ed infinito è il composto che
resulta da tal spacio e tanti compresi corpi.”
De l’infinito universo e mondi, Dialogo III.
PARLIAMO DI INFINITO
La libertas philosophandi
Prima di intraprendere l’analisi
dell’opera di Giordano
Bruno relativa al tema, credo necessario fare una premessa.
Bruno non può considerarsi un fisico
di genio alla stregua di Galilei e la sua teoria
è certamente lungi dal poter essere
considerata una teoria scientifica; essa è piuttosto
una congettura filosofica e, da un punto di vista puramente
concettuale, si può passare
da Copernico a Galileo, da Keplero a Newton senza
doversi soffermare sulla teoria di Bruno, ciò che del resto fa la maggior parte degli storici
del pensiero scientifico.
Ciò che oggi rimane
dei lunghi interrogatori a cui venne sottoposto Bruno davanti
al tribunale dell’Inquisizione veneziano ci permette di ricostruire il meglio dei suoi lavori,
spesso oscuri.
v
Dalla loro lettura risulta
chiaro che la magia o l’ermetismo, che hanno certamente occupato un posto importante nella sua attività intellettuale, non pesarono
per nulla nella sua condanna
e che il loro ruolo non era centrale nel suo sistema perché il fulcro della sua teoria, che doveva fatalmente condurlo
al patibolo, risiedeva nella sua concezione di un universo infinito.
Il tratto
distintivo fondamentale del vasto corpo letterario e, in buona sostanza, dell’insegnamento che si può trarre della dottrina di Giordano Bruno,
trova una delle più limpide esplicazioni proprio nella sua concezione dell’universo.
Bruno proclama a gran voce il diritto alla libertas
philosophandi che non può chinare il capo di fronte
ad alcun principio di consuetudine e di autorità.
v "Nell'ambito della filosofia... è infatti rischioso
-scrive Bruno- avanzare definizioni prima di aver ponderato bene l'argomento, è iniquo accettare una opinione
in
ossequio
ad
altri,
è
degno di servi e di mercenari, nonché contrario al valore della libertà umana,
sottostare e inchinarsi a qualche autorità, è stoltissimo credere
per abitudine, è assurdo prendere per buona una tesi solo perché
un gran numero di
persone la giudica vera.”
v Bruno non respinge a priori le filosofie del passato, compresa quella aristotelica, ma le sottopone a un'analisi critica
serrata, assumendo come pietra di paragone
la loro operatività, i buoni o i cattivi effetti che esse sono in grado di produrre dal punto di
vista della verità
e della civiltà, e riconosce sempre esplicitamente la pluralità delle
vie di accesso
alla verità.
E' da questa radice
critica che discende
la stessa scoperta bruniana della "infinità" dell'universo e dei mondi innumerabili, messa a fuoco tramite
una serrata
discussione dei "caratteri" e della "natura" della divinità:
v "perché - si chiede Bruno - vogliamo o possiamo noi pensare che la divina efficacia sia ociosa? Perché vogliamo dire che la divina bontà la quale si può comunicare alle cose infinite e si può infinitamente diffondere, voglia essere scarsa ed astringersi in niente, atteso che ogni cosa finita al riguardo de l'infinito
è niente?".
Nel lungo processo che occupò gli uomini d’Occidente a passare da un mondo
chiuso ad un universo infinito,
Bruno occupa un posto importante.
Per gli antichi
il mondo non poteva essere infinito
poiché l’infinito era l’incompiuto, l’imperfetto. Il caos; l’universo aveva dei limiti, e dunque era perfetto.
Per gli uomini del Medioevo, al contrario, l’infinito era la perfezione e dunque un attributo che poteva essere riservato soltanto
a Dio.
v Con Bruno tutto
cambia nuovamente: l’universo
è la totalità che basta a se stessa e
racchiude Dio nella
sua immanenza.
v L’infinito di Bruno
non è laico ma è, se non ateo, fermamente anticristiano in una prospettiva naturalista, se non animista.
Bruno è il primo a proporre un sistema coerente
contrapponibile a quello di Aristotele, secondo il quale la terra si trovava al centro di un universo chiuso,
immobile, così come immobile era il mondo siderale, al di là del quale
non c’era nulla, né luogo, né
vuoto.
Il sistema di Aristotele, ripreso
e cristianizzato da Tommaso d’Aquino, era assurto al rango di dogma della Chiesa
cattolica romana.
NICOLO' CUSANO E COPERNICO
Fin dai suoi anni giovanili, Bruno si era interessato ai predecessori di Aristotele e ai neoplatonici, ma soprattutto aveva letto due autori che erano passati quasi inosservati, ma che portavano in germe
una critica radicale della fisica
di Aristotele: Nicolò Cusano e Copernico.
Il teologo
tedesco Nicolò Cusano fu il primo a rimettere in discussione la concezione aristotelica del mondo; per lui, l’universo è uno sviluppo
imperfetto di Dio poiché il suo frazionamento indefinito si oppone all’unità del divino.
v
L’universo non è, a dire il
vero, infinito, ma non è neanche finito: è piuttosto “senza termine”,
nel senso, cioè, che non se ne possono conoscere i limiti.
Ne discende che la terra non è più al centro, e non ci sono centri fisici
nell’universo.
Rimettendo in discussione, per la prima volta in Occidente, il dogma
dell’universo chiuso, questo
pensiero doveva fortemente influenzare Bruno e, più in là, l’astronomia moderna.
Nel 1543 fu pubblicato nell’indifferenza quasi totale il trattato
di un canonico polacco,
Nicola Copernico, “Sulle
Rivoluzioni dei mondi celesti”; la grande invenzione concettuale di Bruno risiede nel fatto che egli
capisce che il sistema di Copernico conduce
logicamente all’universo infinito.
Sotto l’influenza della dottrina di Nicolò Cusano, Bruno reinterpreta il sistema di Copernico. Manda in frantumi la sfera immobile di stelle fisse che Copernico non aveva osato toccare:
le stelle non sono più immobili, ma sono dei soli
in
numero
infinito, da cui dipende un numero infinito di astri
che sono distribuiti in un universo infinito.
Il sistema di Copernico
dà così un ordine all’infinito che Cusano aveva lasciato nell’anarchia.
"UNA E' LA MATERIA PRIMERA DEL TUTTO"
La critica
di Bruno nei confronti dello stesso Copernico
consiste dunque nel fatto che questi, più matematico che filosofo, non è riuscito a pervenire all'affermazione della infinità, pur aprendo la strada alla
"scoperta" che i soli sono infiniti come sono infinite le terre, e che sia gli uni che gli altri sono fatti della stessa materia, anche se i primi risplendono “per sé”, mentre le seconde risplendono "per altro", cioè per l'azione dei soli. "Una
è la materia
primera del tutto", conclude infatti Bruno, dissolvendo definitivamente le fondamenta ontologiche dell'universo aristotelico.
Questo è il passo che
sintetizza il suo pensiero
al riguardo:
v «È dunque l’universo uno, infinito, immobile;
una è la possibilità assoluta, uno l’atto, una la forma o anima, una
la materia o corpo, una la cosa, uno lo ente, uno il massimo et ottimo; il quale non deve poter essere compreso;
e perciò infinibile e interminabile, e per tanto infinito e interminato e per conseguenza immobile; questo non si muove localmente, perché non ha cosa fuor di sé ove si trasporte, atteso che sia il tutto; non si genera perché non è altro essere che lui possa derivare o aspettare, atteso che abbia tutto l’essere; non si corrompe perché non è altra cosa in cui si cange,
atteso che lui sia ogni cosa; non può sminuire o crescere, atteso
che è infinito, a cui non si può aggiungere, così è da cui non si può sottrarre, per ciò che lo infinito non ha parti
proporzionabili».
Una volta postulata
la natura infinita dell’universo, occorre esaminare le conseguenze che tale postulato
comporta in relazione alla condizione
umana.
Partendo dalla concezione medievale
che i corpi della stessa natura
si cercano e si attraggono, Bruno assegnò all'innata tensione umana verso l'infinito non un carattere religioso, nel senso tradizionale del termine, quanto una motivazione di carattere metafisico. Ecco il naturale desiderio dell'uomo - che è un essere finito, ma che ha in sé una parte di natura infinita
- di ricongiungersi all'infinito globale che si esprime e si manifesta nella natura.
Da qui la definizione che egli dà dell'uomo
come di un essere "finitamente infinito". L'essere umano, infatti, è "finito" per estensione fisica e per la durata dell' esistenza, ma è anche "infinito" in quanto,
pur nella sua finitezza, egli ha dentro di sé una natura infinita, responsabile della sua perenne tensione verso l'illimitato.
Bruno,
quindi, trasferisce l'innata
tensione dell'uomo verso l'infinito dalla
tradizionale concezione cristiana
di naturale propensione dell'anima verso Dio, che ha creato l'uomo a sua immagine e somiglianza, a un piano naturalistico-immanente.
v
L'uomo non ricerca l'infinito perché attratto da Dio, ma perché egli vuole ricongiungere la parte di infinito che è dentro di sé con l'infinito totale, che non è trascendente ma immanente, cioè dentro il mondo sensibile, che per Bruno è
comunque dotato di anima sensitiva e intellettiva.
Pertanto, Dio, che si identifica con la natura, si manifesta
nel finito, e il finito si manifesta
nell'infinito, essendo parte integrante del tutto. L'uomo, cioè, si manifesta
in Dio.
Il filosofo campano fonda questa concezione sul presupposto che se la causa dell'origine dell'universo, quindi Dio, ha una natura infinita, deve essere
infinito anche l'effetto, cioè il creato. Pur partendo da presupposti qualitativi tipici
dell'era pre- scientifica e non quantitativi, Bruno fornirà con la "coincidenza degli
opposti", quindi con la coincidenza tra finito e infinito, un sostrato culturale
su cui si innesterà il pensiero scientifico moderno.
La coincidentia oppositorum, ripresa dalla filosofia
di Nicolò Cusano,
in Bruno acquista un valore diverso,
perché questa coincidenza non ha luogo solo
in Dio, ma nella stessa
natura.
Così, il filosofo campano finisce per teorizzare una uguale natura "sustanziale" tra terra e cielo, tra finito e infinito. Una concezione, dunque,
che non riserva
alcuna differenza "sustanziale" tra la materia dell'universo e quella del cosiddetto mondo sublunare.
Una teoria che affonda le
sue radici nella filosofia presocratica, in particolare in quella di Democrito, ma che presto sarà a fondamento del moderno pensiero scientifico e quantitativo.
Bruno, se non arriva proprio ad identificare Dio e natura, di sicuro fa della natura l'approssimazione maggiore a Dio, una estrinsecazione infinita dell'infinito, un effetto
infinito della causa infinita.
Bruno reputa che da una causa infinita non si può che avere
un effetto infinito, e dunque Dio e la natura sono entrambi infiniti. La natura è animata,
vibrante, è vita, è forza in cui l'uomo si immerge vivendo egli stesso nell'insieme della
forza naturale. E questa infinità tuttavia è l'Uno e l'Uno è infinito.
Per concludere, possiamo dire che Bruno è il primo ad elaborare una teoria cosmologica moderna fondata
sull' eliocentrismo copernicano e sostenuta dall'idea che l'universo è infinito e che è il primo a dare una nuova collocazione all'uomo,
posto non più in mezzo ma ai margini di un universo senza centro e senza fine, all'interno del quale la sfera celeste e il mondo terrestre
sono intimamente connessi da una natura simile.
v Se Bruno, comunque, con la filosofia degli "eroici furori" attribuisce all'uomo e alla sua facoltà razionale ancora un ruolo predominante all'interno del cosmo, il nuovo modello cosmologico da lui elaborato sarà destinato a creare nella sensibilità dei poeti e dei filosofi successivi un senso di smarrimento e di precarietà
esistenziale all'interno di un universo troppo grande.
E d’altra parte se l’universo non è più chiuso e finito, prodotto totalmente distinto e distante dalla divinità, ma è infinito
e senza confini.
v Esso ha troppi
attributi della divinità
medesima: un terribile concorrente di Dio.
L’infinità dell’universo comporta che il motore di esso non è estrinseco all’universo ma intrinseco ad esso, non sta cioè fuori ma dentro
l’universo medesimo.
L’infinito secondo
Bruno pone d’altra
parte un altro problema, altrettanto acuto.
v Essendo
l’universo un’emanazione di Dio, esso è di conseguenza l’unico
mediatore tra l’uomo
e la divinità. Per Bruno, la vera eucaristia è la comunione con la divinità attraverso la contemplazione dell’universo.
PRIMA BRUNO POI LEOPARDI E NIETZSCHE
Se in ogni molecola di
natura si trova un
riflesso dell’anima di Dio, il passo successivo è pensare che il Cristo non serva più a nulla, che non sia più necessaria
la redenzione...
Ma il punto centrale della
riflessione di Bruno,
a mio giudizio, non risiede
tanto nel rapporto
tra Dio e la natura,
né nella distinzione tra teologia per il popolino e filosofia per gli uomini
dotti e saggi.
Egli è il primo pensatore, in anticipo su Leopardi
e Nietzsche, che pone l'uomo in una condizione di disancoraggio assoluto nell'universo. Nel momento
in cui l'universo è infinito, i mondi sono infiniti, le cause infinite
creano effetti infiniti, l'uomo si trova disancorato da qualsiasi riferimento specifico, determinato e afferrabile.
L'UOMO DEVE ORIENTARE SE STESSO CON LA SUA RAGIONE
L’uomo si trova nell'infinito: questo in buona
sostanza è l'ardimento, ai limiti dell'inconcepibilità, che rende Bruno un pensatore devastante e insuperato. Per la prima volta la solitudine dell’uomo nell’universo, la centralità senza riferimenti dell’uomo, ha una definizione tragica.
L’uomo deve orientare se stesso con la sua ragione,
in un mondo però che lo scavalca incommensurabilmente e dal quale egli non può prendere alcun esempio né ricevere alcun ancoraggio.
v Tutto
intorno all'uomo è infinito, l'uomo è finito.
v Ma l'uomo è
finito con la coscienza
dell'infinito in
cui è collocato.
Non c'è una bussola. E la ragione stessa non è che un modo per essere coscienti dell'infinito senza stelle del nord che possano
orientare l'uomo. L’uomo
deve orientarsi
da sé e dunque, proprio
per questo, non ha orientamenti.
Questa, a mio avviso, è la grandiosa
scoperta di Bruno: nel momento in cui vi erano le esplorazioni geografiche che dilatavano il mondo sulla
terra e le scoperte
scientifiche che dilatavano il mondo sopra la terra, l'uomo perdeva ogni riferimento canonico.
Ma in questo non sapere chi essere, in questa dimensione incerta, in questo confrontarsi con l'infinito, in questa perdita di bussola e di stella polare,
l'uomo entrava definitivamente nella modernità. Oggi che il potere dell'uomo sulla
natura inquieta l'uomo stesso, perché il suo potere di fare è enormemente
superiore al suo potere di prevedere
e di governare
la propria storia, forse è opportuno un ritorno al pensiero
di Bruno, per scorgervi non l'anticipatore degli "infiniti mondi" contro il geocentrismo del suo tempo,
ma colui che, proprio in forza degli "infiniti mondi" dubita che l'uomo possa essere pensato come
il centro dell'universo e quindi in diritto di disporne.
Ecco l’accesso alla verità:
INTELLETTO E VOLONTA', RAGIONE E PASSIONE, ANIMA E CORPO
Quello del nolano è dunque un pensiero radicalmente rivoluzionario. Utilizzando in modi geniali
anche materiali arcaici, egli
riesce a presentare una concezione del tutta
nuovo dell'universo; dell'uomo al quale, nell'infinito, è tolta ogni "centralità" di ascendenza umanistica; del processo di accesso
alla verità,
v
rappresentato da Bruno attraverso l'esperienza "apocalittica" dell'"eroico furore", in cui si intrecciano, in un nodo solo, "intelletto" e "volontà", "ragione" e "passione", "anima" e "corpo", nel fuoco di un'esperienza d'amore che è l'unica
in grado di aprire la strada alla visione del Dio, dell'unità.
Se può parlarsi
di Giordano Bruno come
di un iniziato
nella accezione che tutti noi condividiamo, e credo che lo si possa fare a buon diritto, è questo il messaggio fondamentale che ci ha lasciato questo pensatore della libertà, questo pensatore che non ritenne
di dover sottostare alla convenienza del potere cessando di manifestare le proprie concezioni: lo spirito umano può evolversi, fino a raggiungere le più alte mete, solo con la tolleranza e non con l'imposizione del dogma.